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Norma McCaw - paper conservation

SPECIALIST PROFILE

Norma McCaw

Trained in paper conservation at Camberwell College of Arts, Norma McCaw describes her speciality as ‘working on paper’. This is borne out by the seventeenth-century maps and later watercolours, drawings and prints scattered in various stages of resuscitation around her studio. As we speak, she painstakingly picks away at the back of a Victorian water-colour affixed to cardboard whose surface is faintly discoloured by damp. She delicately removes the mount to reveal a very much larger patch of coral-coloured spores growing vigorously on its back; unless stopped, these will invade the water-colour. However, so long as there are no black spores, which denote carbon, Norma hopes that the picture can be saved. She will gently remove the spores from the surface of the paper by means of a miniature vacuum pump. Then the pigment of each paint colour will be placed under a microscope to analyse its reaction to the chemicals that kill off the mould. The picture will then be treated with a neutralizer to prevent future discoloration and the old mount and backing thrown away. Placed in a new, acid-free mount, reframed and under the right conditions, the reborn picture will last for many years.

“It is because so many framers nowadays ‘seal in’ a picture with damaging materials that conservationists have so much work on their hands” explains Norma, who undertakes work for museums and auction houses as well as for private clients. “That and the poorer quality paper and materials increasingly in use”. She stresses the importance, when mounting anything on paper, of making sure that the work is 'hinged' on to acid-free mountboard and that no self-adhesive tapes are used inside or outside the frame, which prevent the picture from breathing and leave sticky stains. “People will pay a lot of money to restore an old master drawing” says Norma, “but in many ways this is an easier operation than bringing back to life its Victorian counterpart, since the earlier materials were of the very best quality”. Until the late eighteenth century, all paper was handmade from fermented rags and sized with gelatine to reduce absorbency; the nineteenth century produced a less resilient but cheaper paper made of wood pulp, and saw the introduction of aniline pigments, some of which were soon discovered to fade. Although today there are different additives in paper, and pigments are marked ‘durable’ or ‘fugitive’, many artists, according to Norma, are still unaware of the instability of the materials that they use.

The above is reproduced from House and Garden magazine. Photographs by Hugo Bonand.

 
Napoli Press clipping 2010

 
 
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L’opinione di Marcello Fasolino
PASSEGGIATE LONDINESI E “L’ELOGIO DI NAPOLI

L’esterofilia, il “vezzo” di privilegiare, di nutrire particolare trasporto, simpatia per tutto ciò che viene da fuori, ha particolarmente attecchito a Napoli, e vi attecchisce ancora. Senza andare molto indietro nel tempo; tra il ’700 e l’800, i Borboni ne furono i più fedeli cultori nell’affidare la progettazione di edifici artistici e delle “meraviglie del regno”. Valgano per tutte: la Reggia di Caserta, opera di Luigi Vanvitelli e la chiesa di San Francesco di Paola del luganese Bianchi. Una esigenza, forse anche derivante da una saggia diplomazia regale nel non favorire gelosie all’interno della Capitale tra i vari artisti e i tanti aspiranti progettisti locali che vi erano di casa. Al di là dei singoli casi, tale atteggiamento ha sicuramente una sua fondata origine nella storia singolare del regno di Napoli, caratterizzata dal succedersi di tanti sovrani stranieri; e influenzata, per tale motivo, dalle conseguenti presenze di ministri, dignitari di corte e anche maestranze al seguito. Perché questo preambolo? Per dire anche che l’esterofilia napoletana non è solo un vezzo e basta, cioè una “isterofilia”. Spesso è tante altre cose insieme, ad esempio: apprezzamento per quanto altri sanno fare, ammirazione e fascino per una efficienza che, da noi, non sempre è virtù quotidiana. Su questo riflettevo, leggendo un bel libro della Iuppiter, uscito qualche mese fa, dal titolo: “Passeggiate Londinesi”, sottotitolo: guida letteraria della Capitale del terzo millennio, opera di Francesco Iodice, noto pneumologo napoletano e oggi apprezzato scrittore. Attraverso una quindicina di itinerari, che ci propongono una visita di Londra meno convenzionale, non legata più ai soliti percorsi alla “Torre di Londra”, al cambio della guardia o a Picadilly Circus, emerge una immagine così ammaliante e, allo stesso tempo, nuova della città, da lasciare anche uno, come me, che ne è assiduo visitatore per lavoro e per diporto, sorpreso, anzi meravigliato. Perché dalla Londra, “città museo” di se stessa, radicata ormai nella considerazione più diffusa e da queste “Passeggiate” emerge una città specchio di una modernità, che vive sì di passato- un passato saputo conservare e fruttare- ma soprattutto di un futuro, insomma di un mix attrattivo, che ti fa condividere la decisione di chi ci va a studiare, a formarsi, e ne dice un gran bene. Una

rassegna di magici scenari: la cattedrale di Saint Paul, il museo privato sotterraneo di Sir John Soane's, il “pub dei pub” il White Hart, i tesori imperdibili di Marylebone, la Manhattan di Isle of Dogs, la City 2 sull’Isola dei cani, con la sua torre Canary- 27. 500 tonnellate di acciaio, 500 mila bulloni, 800 metri quadrati di marmo, costruita nell’arco di tre anni dal 1988 al 1991. Mentre riflettevo sul miracolo di ingegneria e non solo di ingegneria, di tante eccellenze messe insieme, risultando obbligato il raffronto con la nostra Bagnolifutura- che, da vent’anni, non sa ancora presentarci una sua visione concreta di futuro- l’incontro con una simpatica e straordinaria Lady, Norma McCaw, dalla Londra di Iodice mi ha fatto tornare repentinamente a Napoli. Non perché mi si dovesse rinfacciare giustamente le odierne lacune partenopee ma per ribadirmi che ella, figlia doc di Londra, ha preferito invece alla sua Londra la nostra Napoli, dove ha scelto addirittura di trasferirvisi, di esercitarvi la sua arte di abilissima restauratrice di documenti antichi e per godervi la sua creatività, la sua inventiva, apprezzate e amate all’estero più di quanto si pensi. E così alla sorpresa delle “Passeggiate” di Iodice è seguita un sorprendente elogio di Napoli, davvero grasso che cola per questi tempi. Chiariamo subito per non rischiare di cadere in quel mito del Sud, della Napoli oleografica, Norma Mc Caw ne ama certamente il mare, il Golfo, le bellezze ma ne è soprattutto affascinata dalla ineguagliabile manualità d’arte, grazie alla quale questa città ha e continuerà ad avere un artigianato fiorente, discendente dai lontani artefici delle raffinate ricercatezze barocche, oggi al centro di interessanti itinerari d’arte. Fino tanto che l’elogio viene da una piccola capitale, da un angolo di mondo, da gente comune è un discorso; altro è invece se viene da una londinese, una donna cosmopolita, il discorso è frutto di un lungo e convinto Tour. Un atto d’amore, che mi fa chiedere se non sia il tempo di guardare Napoli e di giudicarla, non più per la ossessione di quello promesso che non è ancora venuto- ma per quello che ha e possiamo godere ed esaltare: cioè le sue nascoste e apprezzate risorse. Brava, Lady Norma, il suo “razionale” amore per Napoli ci apre gli occhi.